Un viaggio tra leggi mancate, storie di sopravvissuti e la campagna europea per fermare per sempre le terapie di conversione. Le ferite di chi è stato costretto a rinnegarsi e la battaglia per mettere al bando queste pratiche disumane
“Luca era gay e adesso sta con lei”. Chi pensava di essersi lasciato alle spalle questo motivetto urticante e, tutta la convinzione errata che dall’omosessualità si possa guarire, come fosse varicella o morbillo, si sbagliava. Le pratiche di conversione rivolte a persone LGBTQI+ sono una realtà nel nostro Paese come in altri. Questi indottrinamenti mentali travestiti da terapie, percorsi ipnotici, interventi medici e persino esorcismi che vogliono sconfiggere il “demone” di una sessualità o di un’identità di genere diversi dalla maggioranza etero cisgender esistono e sono praticati tuttora. Alle soglie del 2027 e, nonostante il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e la Società Italiana di Psicologia vietino queste pratiche, coloro che promettono di “liberarti dal diavolo” si nascondono tra di noi e spesso, senza alcuna vergogna, professano le loro convinzioni alla luce del sole.
Il cammino in Europa
Nel 1990 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha rimosso l’omosessualità dai disturbi mentali e, a oggi, non c’è a livello europeo una legge che protegga le persone vittime delle pratiche di conversione. Per questo motivo il 17 maggio del 2024 è iniziata la raccolta firme indirizzata alla Commissione Europea per proporre il divieto giuridico vincolante di queste cosiddette pratiche di conversione dirette ai cittadini LGBTQI+ dell’Unione Europea. Al termine di tale fase le adesioni hanno superato quota 1 milione (1.245.839) di cui 62.130 arrivate dall’Italia. A organizzare l’iniziativa è l’ACT (Against Conversion Therapy) il cui rappresentante è Mattéo Garguilo.
La decisione della Commissione Europea è arrivata a maggio di quest’anno: non sono state vietate direttamente le cosiddette terapie di conversione. Si è deciso di raccomandare agli stati membri di adottare una legge che vieti questi trattamenti. Tali raccomandazioni non sono vincolati ma rappresentano un invito a conformarsi alla richiesta.
Secondo i dati raccolti nel 2024 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali in Europa una persona LGBTQI+ su quattro ha subito un tentativo di conversione e, nel nostro Paese, una su cinque.
Il primo a promuovere le terapie di conversione chiamate anche riparative è stato lo psichiatra, psicoterapeuta e psicologo clinico Joseph Nicolosi. Per costui l’omosessualità era una “carenza di identità sessuale, causata da un’alienazione da individui dello stesso sesso del soggetto”. La solita solfa della cosiddetta “famiglia triadica” ovvero il padre assente o distante, la madre opprimente e il figlio con la predisposizione genetica a diventare gay nel caso in cui viva in questo modo. Ne conseguiva un percorso volto a estirpare il male con pratiche disumane come l’elettroshock, torture ed esorcismi.
I tentativi italiani
Oggi tali azioni sono diventate più sottili e si interviene maggiormente a livello psicologico, ma non sono meno dannose per chiunque le provi. Ed è per questo che nel 2016, anno in cui vennero introdotte in Italia le unioni civili, l’ex senatore Sergio Lo Giudice avanzò una proposta per proibire le pratiche di conversione. Nel testo del disegno di legge, mai discusso, chi metteva in pratica un percorso terapeutico del genere doveva essere condannato a due anni di reclusione con una multa dai 10 ai 50mila euro. Lo stesso politico spiegò: “Partiamo da un presupposto scientifico: l’omosessualità non è una malattia. E soprattutto è immodificabile, come l’eterosessualità. Questi centri non fanno altro che peggiorare il disagio interiore di chi già si trova in una situazione di stigma sociale”.

Il ddl è stato affossato con la scusa di “non essere la priorità”, esattamente come è successo per il ddl Zan contro l’omotransfobia. Il 19 ottobre 2022 lo stesso Alessandro Zan ha inserito nei Progetti di legge alla Camera il “Divieto dell’esecuzione di terapie volte alla conversione dell’orientamento sessuale su soggetti minorenni” (https://www.camera.it/leg19/126?leg=19&idDocumento=402). Anche per questo però non c’è stato un seguito.
In Paesi come Francia, Germania, Spagna, Belgio, Cipro e Portogallo esistono misure legislative contro le pratiche di conversione ritenendole forme di abuso fisico e psicologico. In Inghilterra e in Galles si sta lavorando in tal senso. Il 17 maggio 2024 è nata in Italia una campagna chiamata Meglio a colori, sostenuta dalle principali associazioni LGBTQI+ volta a fermare per sempre le pratiche disumane di conversione. Tuttavia nel nostro Paese individuare la portata di queste iniziative è difficile, anche se poi vengono a galla storie di ragazzi e ragazze che ne sono stati vittime come quella di Rosario Lonegro.
Queer e cattolico: la testimonianza che smonta le false terapie di conversione
Rosario Lonegro è un giovane che a 20 anni è entrato in un seminario cattolico perché voleva farsi prete. A raccontare la sua storia, tra gli altri, è stata sia la BBC, sia l’attivista Claudia Fauzia, “esperta di studi di genere e divulgatrice del femminismo terrone” . Mentre svolgeva il suo seminario Rosario si innamorò di un altro uomo, i suoi superiori gli dissero che doveva iniziare una terapia di conversione per cancellare tali impulsi, se voleva continuare il sacerdozio.
Per più di un anno il ragazzo fu costretto a partecipare a incontri spirituali per cercare di cambiare il proprio orientamento sessuale. Fu inserito anche in un gruppo a Granada chiamato Verdad y Libertad, guidato dal pediatra Miguel Ángel Sánchez Cordón. Qui Rosario e altri ragazzi sono stati spinti, tra le altre cose, anche a inscenare il proprio funerale.
“Di pomeriggio – racconta Lonegro – c’erano questi incontri in una stanza buia, una specie di sgabuzzino adattato a studio, dove era accesa soltanto la luce della scrivania. Eri immerso nel tuo passato e in una linea temporale dovevi collocare quelli che fossero le ferite e i traumi che ti aveva causato l’omosessualità o la dipendenza dal sesso. Dovevi conformarti all’idea di cristiano cattolico che avevi di te o che ti veniva presentata. Poi dovevi scrivere su dei foglietti tutte queste ferite del passato e li dovevi bruciare per poi seppellire le ceneri in una botola nel giardino e metterci la tua lapide sopra, disegnando su un pezzo di legno ‘Rip Rosario’ (nel suo caso ndr)”. Il gruppo spagnolo si è poi sciolto incassando la disapprovazione della Chiesa cattolica.
Rosario Lonegro è arrivato, dopo anni, a capire di essere stato vittima di una violenza anche perché, racconta, “non riuscivo a leggere i segnali che il mio corpo e il mio cervello mi inviavano come gli attacchi di panico sempre più intensi e le difficoltà nei rapporti sessuali. Nel momento in cui sentivo l’eccitazione c’era quel blocco automatico che mi diceva “Stai attento!”. Oppure proprio durante i rapporti mi capitava di avere attacchi di panico”. A un certo punto si è sentito disorientato e proprio questo “uscire fuori dai binari” lo ha fatto razionalizzare e “comprendere quello che stava accadendo”. Da quel momento la vita in seminario per Rosario è diventata insopportabile.
Poi, dopo qualche anno, nel 2021 è arrivato il suo coming out. Ha dovuto fare chiarezza con sé stesso prima di esporsi. Dopo il seminario ad aiutarlo molto è stato il suo parroco. Quando “è uscito fuori dall’armadio”, come spiega, è stato come “venire alla luce di nuovo”. Continua a essere cattolico praticante perché, come sostiene parlando di sé stesso, “Rosario è sia quello che appartiene alla chiesa cattolica, sia colui che fa parte della comunità LGBT. Se eliminassi uno di questi due aspetti sentirei che mi mancherebbe qualcosa. Concilio queste due cose pur mantenendo la contraddizione, come diceva Michela Murgia in God save the Queer. Non è necessario sciogliere questa contraddizione ma è bello viverla a modo proprio. E questo incrocio, di essere una persona queer e cattolica, mi fa vedere tutto in ottica diversa”.
Il video di Claudia Fauzia
Le terapie di conversione nella cultura pop
Uno studio del 2020 del Trevor Project, organizzazione no-profit americana concentrata sulla prevenzione del suicidio di giovani lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer rivela un dato allarmante. La percentuale di tentativi di togliersi la vita in persone che hanno subito terapie di conversione è del 28%, ben più alta di coloro che non ne sono state sottoposte (12%).
La cultura cinematografica si è occupata anche di questo aspetto a cui conducono tali pratiche. Nel film Prayers for Bobby (2009), diretto da Russell Mulcahy, si racconta la storia vera e il suicidio del protagonista, Bobby Griffith. Al primo tentativo di togliersi la vita la madre scopre la sua omosessualità. Lo manda dallo psichiatra e, fervente praticante della Chiesa presbiteriana, lo costringe a pregare incessantemente per liberarsi dal peccato. La donna raggiungerà il culmine quando tappezzerà casa di post-it con frasi della Bibbia. Bobby si allontanerà dalla città ma la voce di sua madre lo perseguiterà fino in Oregon e finirà per suicidarsi.
Un’altra pellicola, tratta da una storia vera, è Boy Erased – Vite cancellate (2018) di Joel Edgerton con un cast d’eccezione con Nicole Kidman, Russell Crowe e Lucas Hedges. Quest’ultimo è il protagonista Jared Eamons, adolescente figlio di un pastore dell’Arkansas. Frequenta il college e comincia a provare un’attrazione confusa per i ragazzi. Lo confessa ai suoi genitori che lo iscrivono al programma Rifugio di un centro cristiano che ha tra le sue “specializzazioni” le terapie di conversione per omosessuali. Jared finirà per scontrarsi con il pastore del programma di recupero chiamato “Love in action”. Al suo fianco ritroverà la madre, una Nicole Kidman in stato di grazia, che per amore del figlio avrà il coraggio di combattere contro suo marito e la sua fede.
Che si tratti di un film o di un racconto la sostanza non cambia. Le terapie di conversione non dovrebbero esistere. Certe pratiche sono solo il frutto di un pensiero religioso e pseudoscientifico oscurantista che non ha niente a che fare con la vera essenza di una persona. Perché, piaccia o meno, omosessuali si nasce, non si sceglie di esserlo, con buona pace di tutti gli omofobi, bigotti e retrogradi sparsi a ogni latitudine di questo globo. Mondo, che a colori, è molto più bello.

Giornalista professionista dal 2013. Mi definisco ‘Madriletana’, sempre sospesa tra Napoli e Madrid. Scrivo da quando ne ho memoria. Sono dell’idea che “se vale la pena rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore”.
Periodista profesional desde 2013. Me defino como “Madriletana”, siempre suspendida entre Nápoles y Madrid. Escribo desde que tengo memoria. Creo que “si vale la pena arriesgarse, me juego incluso el último fragmento de corazón”.

